CHIUDIANO COL RIPROPORRE QUANTO ALTRA VOLTA ABBIAMO RACCONTATO
Antognoux, Val d’Aosta, agosto 1968. Rientravamo da
una nottata sotto le stelle e come al solito ci fermammo davanti la posta dove era
sempre in sosta una camionetta della polizia. Li vicino passava le vacanze
l’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Ad un tratto la
telescrivente impazzisce. La notizia era grossa. L’addetto stacca il foglio lo
legge e invia a rottadicollo il militare con il foglio verso la villa dove
Saragat era ospite. Rilegge la copia e sbalordito ci dice che quelli “del patto
di Varsavia” avevano invaso la Cecoslovacchia. Ci volle un po’ per capire chi
erano quelli del Patto e dove fosse la Cecoslovacchia. Azzardai
un ipotesi e mi zittirono dicendo che quella era l’Ungheria già invasa e
normalizzata da tempo.
Palermo, Natale 1971. Dopo vent’anni ritorno a Palermo con l’aereo che arrivava alle 22.
Dopo tre giorni incredibili a Milano riesco a trovare posto in aereo, dopo
giorni di nebbia e centinaia di persone in attesa. Riportavo a casa un cugino,
più volte rifiutato dal capitano, perché diversamente abile. Quindi ho dovuto
accompagnarlo altrimenti i suoi genitori non lo avrebbero avuto per il Natale.
Chiedo di fare un giro notturno per Palermo, Quattro Canti, la Marina, la Cattedrale, una
friggitoria. Poi Marineo. Il Monumento, la Madrice, la Montagnola, il Circolo Omnia, il Piano, lu
Crucifisso.Ovviamente non sono riuscito a dormire. L’aereo ripartiva alle ore
6,30 e con tutte le emozioni dormire era inimmaginabile. In sala imbarchi, mi
si avvicina un ragazzo, avrà avuto 20 anni e forse meno. Gli passo i fiammiferi
che mi aveva appena chiesto. Me lo ritrovo accanto nell’aereo e mi sveglia per
richiedermi i fiammiferi. Poi inizia a raccontarmi che era partito da casa alle
2 di notte per arrivare a Punta Raisi in tempo. Non fumo da mesi non bevo un
bibita da altrettanti per risparmiare i soldi per questo viaggio. Mi rigiro
facendogli capire che “dovevo” dormire, dopo le nottate passate e in previsione
di quelle che mi aspettavano. Andavo a Praga perché il 29 dicembre mi sposavo.
Avevo avvisato che sarei arrivato il 21 dicembre ed era il 24 ed ero ancora in
Italia. Scendo a Milano per la coincidenza per Praga. Impossibile avvisare del
ritardo. Niente telefoni (i suoi parenti avevano una linea con 25 utenti, altro
che duplex e si trovavano a oltre 100 km da Praga, un telegramma impiegava una
settimana, ecc.ecc.). Sonnecchiavo in attesa dell’imbarco. Vengo strattonato da
uno che mi chiede ancora i fiammiferi. Ma è lo stesso ragazzo di Palermo!
Adesso la sua faccia prendeva colore. Da triste e assonnata era viva.
Ovviamente me lo ritrovo accanto nell’aereo che mi racconta di questo suo amore
lontano, dalla provincia di Agrigento in Boemia. Mi racconta mi racconta… Non
era facile andare a Praga in quel periodo dopo la normalizzazione. Alexander
Dubcek era in vacanza a Mosca a fare un corso di giardiniere. Cupa, triste,
vittima di infami senza cultura. Sembravano tornati gli anni 50 con i processi.
Slanskj faceva ancora paura. I russi volevano superare i nazisti in atrocità.
Raffinati metodi annichilivano la gente. E come al solito i primi ad essere
colpiti erano gli uomini della cultura ed i cattolici. I comunisti avevano
perso il senso della ragione. L’uomo tornava nelle caverne. I cafoni
dominavano. La Primavera
di Praga era diventata l’autunno della cultura. Noi inseguivamo la tomba di Jan
Palak che i normalizzatori spostavano continuamente. Succede sempre così quando
i cafoni prendono il potere.
L’aereoporto chiudeva: era il 24 dicembre pomeriggio. Vado al banco noleggi per ritirare la macchina prenotata. Sto uscendo quando quel ragazzo dei fiammiferi mi dice: guardi non ci sono più bus per Praga! Mi lasci a Florenc alla stazione delle corriere?
- Senti giovanotto e dall’alba che mi sei appiccicato e non mi molli! Ma dove cavolo vai.
- A Liberec. Mi risponde candidamente. Inchiodo. Lo guardo, lo fulmino. Ma questo va al paese della ragazza che fra meno di una settimana avrei sposato. Impossibile. Parte dalla Sicilia come me e va in una cittadina sperduta nei Suddetti nel cuore d’Europa come me. Ora sono io che mi agito. Non vedo l’ora di mollarlo alla stazione delle corriere e filare via. Passo sotto la casa della fidanzata sperando di trovarla, cosa che ritenevo impossibile dopo ben 4 giorni. Fischio sotto la finestra, come facevo sempre quando l’andavo a trovare per farmi gettare le chiavi, sino a quando il prete che ci avrebbe sposato una notte mi apparve nel buio dandomi un mazzo di chiavi per la “mia discrezione e riservatezza”. Lei era ancora a Praga. Non era ancora partita. Sono gesti che consolidano. Che ti confermano che dopo pochi mesi di fidanzamento era la persona giusta per te. Carichiamo le poche valigie e vado verso Florenc per “scaricare” il giovanotto agrigentino. Mentre andavamo racconto la sua storia a quella persona con cui avrei condiviso almeno i prossimi cinquantanni. Non l’avessi mai fatto. Bisogna che lo portiamo noi sino a Liberec. Io che sognavo da mesi di rimanere solo con lei. Per fortuna il ragazzo si appisolò subito ed io potei guidare da innamorato. Una mano sul volante e l’altra volante, un occhio alla strada e l’altro su di lei, un piede sull’acceleratore e l’altro disperso. Lei stava per riempire tutti i vuoti della mia vita. . Il ragazzo si risveglio e inizio ad agitarsi. Ecco dopo la curva c’è un grosso albero, poi una vecchia casa diroccata, un passaggio a livello, la via principale, la piazza. Questo mi porta sotto casa della mia ragazza e vediamo cosa succede, pensai. Ci guida in una piazzetta adiacente a quella dove eravamo diretti. Liberec sembrava uscita dai cartoni di Walt Disney. Coperta di neve. Ma intanto era quasi mezzanotte. I lampioni facevano luce sulla neve creando una atmosfera magica. Nessuno per le strade. Il ragazzo mi chiede se può usare il clacson. Ritma tre suoni a tempo. Li ripete nuovamente. Una luce si accende su una finestra del palazzo di fronte. Al terzo suono si apre un portone. Ne esce una ragazzina che avrà avuto dai 16 ai 17 anni. Pantaloncini cortissimi, camicetta leggerissima, capelli d’oro, bianchissima, occhi lucidi pronti ad esplodere. Si mette a correre a piedi nudi sulla neve come avesse gli sci ai piedi, inciampa cade si rialza. Intanto il ragazzo era sceso dalla macchina e inizia a correre anche lui. Un cervo ed una gazzella che sfioravano la neve. Non si abbracciarono ma si scontrarono. Il ragazzo aveva un pacchetto che rovinò anche lui sulla neve lasciando uscire tre rose maltrattate dal lungo viaggio. Noi due rimanemmo qualche minuto a guardarli. Lei aveva gli occhi lucidi io ero a bocca aperta. Scaricai le valigie sulla neve e ci allontanammo. Dal retrovisore scorsi una mano che usciva dalla neve in segno di saluto immaginandomi che ad Agrigento tutti salutassero così. Non rividi mai più quel ragazzo. Non cercai mai più quella finestra illuminata.
L’aereoporto chiudeva: era il 24 dicembre pomeriggio. Vado al banco noleggi per ritirare la macchina prenotata. Sto uscendo quando quel ragazzo dei fiammiferi mi dice: guardi non ci sono più bus per Praga! Mi lasci a Florenc alla stazione delle corriere?
- Senti giovanotto e dall’alba che mi sei appiccicato e non mi molli! Ma dove cavolo vai.
- A Liberec. Mi risponde candidamente. Inchiodo. Lo guardo, lo fulmino. Ma questo va al paese della ragazza che fra meno di una settimana avrei sposato. Impossibile. Parte dalla Sicilia come me e va in una cittadina sperduta nei Suddetti nel cuore d’Europa come me. Ora sono io che mi agito. Non vedo l’ora di mollarlo alla stazione delle corriere e filare via. Passo sotto la casa della fidanzata sperando di trovarla, cosa che ritenevo impossibile dopo ben 4 giorni. Fischio sotto la finestra, come facevo sempre quando l’andavo a trovare per farmi gettare le chiavi, sino a quando il prete che ci avrebbe sposato una notte mi apparve nel buio dandomi un mazzo di chiavi per la “mia discrezione e riservatezza”. Lei era ancora a Praga. Non era ancora partita. Sono gesti che consolidano. Che ti confermano che dopo pochi mesi di fidanzamento era la persona giusta per te. Carichiamo le poche valigie e vado verso Florenc per “scaricare” il giovanotto agrigentino. Mentre andavamo racconto la sua storia a quella persona con cui avrei condiviso almeno i prossimi cinquantanni. Non l’avessi mai fatto. Bisogna che lo portiamo noi sino a Liberec. Io che sognavo da mesi di rimanere solo con lei. Per fortuna il ragazzo si appisolò subito ed io potei guidare da innamorato. Una mano sul volante e l’altra volante, un occhio alla strada e l’altro su di lei, un piede sull’acceleratore e l’altro disperso. Lei stava per riempire tutti i vuoti della mia vita. . Il ragazzo si risveglio e inizio ad agitarsi. Ecco dopo la curva c’è un grosso albero, poi una vecchia casa diroccata, un passaggio a livello, la via principale, la piazza. Questo mi porta sotto casa della mia ragazza e vediamo cosa succede, pensai. Ci guida in una piazzetta adiacente a quella dove eravamo diretti. Liberec sembrava uscita dai cartoni di Walt Disney. Coperta di neve. Ma intanto era quasi mezzanotte. I lampioni facevano luce sulla neve creando una atmosfera magica. Nessuno per le strade. Il ragazzo mi chiede se può usare il clacson. Ritma tre suoni a tempo. Li ripete nuovamente. Una luce si accende su una finestra del palazzo di fronte. Al terzo suono si apre un portone. Ne esce una ragazzina che avrà avuto dai 16 ai 17 anni. Pantaloncini cortissimi, camicetta leggerissima, capelli d’oro, bianchissima, occhi lucidi pronti ad esplodere. Si mette a correre a piedi nudi sulla neve come avesse gli sci ai piedi, inciampa cade si rialza. Intanto il ragazzo era sceso dalla macchina e inizia a correre anche lui. Un cervo ed una gazzella che sfioravano la neve. Non si abbracciarono ma si scontrarono. Il ragazzo aveva un pacchetto che rovinò anche lui sulla neve lasciando uscire tre rose maltrattate dal lungo viaggio. Noi due rimanemmo qualche minuto a guardarli. Lei aveva gli occhi lucidi io ero a bocca aperta. Scaricai le valigie sulla neve e ci allontanammo. Dal retrovisore scorsi una mano che usciva dalla neve in segno di saluto immaginandomi che ad Agrigento tutti salutassero così. Non rividi mai più quel ragazzo. Non cercai mai più quella finestra illuminata.
Praga, 29 dicembre 1989. Torniamo a Praga
per il nostro anniversario di nozze e per un altro evento importante. La
chiamano la Rivoluzione
di velluto. Siamo in corteo, Un mare di gente proveniente da tutti i
quartieri,dalle fabbriche dalla provincia si incanala ordinatamente. Havel na
hrad! Gridiamo in migliaia. Havel al Castello. Ci dividiamo. Lasciamo i nostri
figli ventenni nel corteo che porta al Castello. Noi andiamo al monastero di
Sant’Agnese. La radio ci trasmette il giuramento di Havel davanti a tutto il
popolo. Quel giorno imparai a leggere nelle lacrime della gente mentre la sera
il 1 canale nazionale trasmetteva l’immagine di questo popolo ed io riconobbi
fra la folla i miei due figli con il loro cartello: Havel na rad!
Praga, agosto 2010. Ormai tutto è passato. Il prete che dopo 17
anni di prigione ci ha sposato è morto. Ai nostri nipoti a Praga chiedo se si
ricordano chi fosse Slansky, Dubcek, Padre Mandl, mi guardano stralunati. Per
festeggiare i suoi ottantanni Alexander Dubcek diede una festa nell’ambasciata
ceca a Roma. C’erano fra altri Nilde Jotti, Spadolini. Io fra una domanda e
l’altra facevo un sacco di foto. Dubcek fra me e mia moglie, io da solo con
lui, con Spadolini, con la Jotti,
ecc.ecc. Di questa storia non ci sono tanti testimoni. Perché la mia macchina
fotografica non scattò nemmeno una foto. E di lì a poco anche il Forestale
dottor Alexander Dubcek perse la vita in un incidente stradale. Ruzyne,
Pankrac, Bartolemejska: da queste prigioni sono passati i martiri della
Primavera di Praga.
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